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thegatta
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martedì, settembre 20, 2005
Stavo pulendo accuratamente una delle mie zampette, finita incautamente in una pozzanghera piena di quei lunghi aghi di pino che cadono copiosi ogni volta che il vento esce a braccetto con la pioggia. E li ho visti entrare. La mia posizione privilegiata sul terrazzo estivo, in cui i tavoli bianchi stavano uno sull’altro vicino alle sedie impilate, mi permetteva di guardare dentro, indisturbata. Si sono scrollati di dosso l’umidità di quella serata di fine estate, puntando lo sguardo un po’ a caso su quella che era una piccola locanda vicino al mare. Da come curiosavano in giro, era facile intuire che non erano mai stati lì. Hanno scelto un altro tavolo, non quello che aveva suggerito distrattamente la minuta cameriera, bensì uno più appartato di fronte ad un grande specchio rettangolare appeso alla parete, come quelli delle vecchie credenze, che avevano i ghirigori bianchi a fare da cornice tutt’intorno. Lui ha atteso che lei scegliesse la sistemazione e poi si sono seduti. Avevano due modi di guardare, uno verso il mondo e uno solo per loro due. Una specie di corsia preferenziale che incontrava solo i loro occhi, una linea esclusiva in cui utilizzavano un linguaggio parallelo fatto di sguardi. Dalla mia terrazza non potevo sentire quello che si dicevano ma era chiaro che si conoscevano da molti anni, potevano perfino essere cresciuti insieme. Non si tenevano la mano sul tavolo, come a volte le coppie fanno, ma era come se fossero sempre in contatto. Erano uniti mentre scorrevano il menù, sorridevano con il giusto ritmo, non erano imbarazzati se inavvertitamente qualcosa cadeva dalle posate. Non credo pensassero a quello mentre parlavano, si versavano da bere e sorridevano beatamente. Avevano creato una parentesi temporale in cui niente e nessuno poteva interagire, se non in modo laterale. Il mondo li sfiorava di lato, senza conseguenze percettibili. Mentre la mia umida pelliccia tigrata veniva accarezzata dal vento, loro continuavano le loro danze muovendo tutto ciò che si trovava sul tavolo, una volta i bicchieri, poi il secchiello del ghiaccio con la bottiglia ed il coltello con cui il dentice si distendeva pigramente sui crostini di pane. Erano il negativo l’uno dell’altra: lui biondo con la carnagione scura da lupo di mare, lei una biancaneve pallida con le fredde occhiaie di chi, come me, trascorre la nottata a scrivere. Una mora con il difetto di pensare. Lui l’espressione del giorno, lei il riflesso della luna. Era chiaro che si amavano. Lo sussurravano i brividi che sfioravano la pelle chiara ogni volta che lui la guardava. Stavo incantata sulla coppia di clienti mentre un automobilista mi ha accecata con i fari. Ho quasi perso l’equilibrio, infastidita anche da tutto quel vento, ma ho resistito impavida. Non volevo perdere neppure un quadro di quel fotoromanzo di storia vera. Ero sicura che parlassero d’amore, di fronte al dolce di cioccolato. Un abbinamento perfetto. Si stavano alzando quando ho deciso di precederli alla porta. Hanno rivolto le stesse attenzioni al personale ed al cane che scodinzolava festoso vicino al televisore. Stavo stirandomi sulla schiena quando lui le ha aperto la porta per farla uscire. Lì si sono accorti di me e mi hanno accarezzata, facendomi un sacco di complimenti. Poi lui l’ha stretta a sé per proteggerla dal vento e l’ha fatta salire in auto, con una delicatezza d’altri tempi. Ecco cos’erano, una coppia arrivata lì da un’epoca antica che sapeva di violette. E io ho deciso di seguirli e mi sono accoccolata sul grembo della donna, facendo le fusa mentre sussurravano la stessa canzone e l’auto si avviava e scompariva sotto la pioggia incessante. Là dove il mare luccica e tira forte il vento….
.....dedicato a Jerome Deckard www.darkhunter.splinder.com il mio cacciatore di androidi preferito.... |
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